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La situazione storica di Hrundi V. Bahkshi

l'omino vintage

rōnin #2
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hrundibahkshi
il mio maestro di kendo fa le facce.

è un signore pacioso. quando arriva è vestito da buttero, con camicione di flanella a quadretti e cappeli di cuoio flosci e bretelle che tengono pantaloni marroni di velluto, che insomma si vede glieli compra la moglie.

poi invece quando si veste di blu e ci fa vedere come portare i colpi fa una faccia, ma una faccia che sembra una stampa giapponese: labbra serrate, gli angoli della bocca in giù, gli occhi di bragia.
e lui è di viareggio, eh.
ogni volta mi stupisco di questa trasformazione.
straordinario.
dovreste vederlo, proprio. e pensarlo con quel cappello floscio.
straordinario.

se siete minimamente avvisati avrete già colto che c'è qualche diversità nel concetto di appropriatezza fra me e il mio maestro.
e anche con gli altri miei amichetti del kendo, ma ci si prende per il culo.

"e lui ci ha le calze a strisce!" mi dice giacomo (che naturalmente c'è del cameratismo, dello spogliatoio in tutto ciò) alludendo a troppa cura per un guerriero: mollezze.

poi però vado in bagno dopo di lui e quando apro il rubinetto per lavarmi le mani esce dell'acqua calda.

giacomo, ma: ti lavi le mani con l'acqua calda?!

diovescovo! è diàccia ll'accqwa!
si giustifica giacomino, fieramente lucchese, bestemmiatore da diporto e accorto all'epidermide (mi ha insegnato a respirare bene nel kirikaeshi, è molto più esperto di me ed è molto disponibile. però si deve vergognare che fa tutto il combattente e poi si lava le mani coll'acqua calda)

il sensei dice: "il modo migliore per tenere l'armatura è in una sacca di tela, così respira e resta asciutta"
avevo una sacca di una cartella un po' importante, è bianca, di stoffa e ci va tutto perfettamente.
il sensei la prende un po' male che sopra c'è scritto cartier. nemmeno troppo evidente.
il dandy in me se ne bea oltremodo.

certo tu se' ganzo co l'armatura di cartier! dice con scherzosa stizza massimiliano, cocco del maestro.
poi, mostrandomele, hai visto? conclude infilandosi un paio di calze a strisce.
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rōnin #1
ava2
hrundibahkshi
mi sono svegliato cigolante.
lividi di ieri sera: un colpo preso sotto il braccio destro, un alone blu sul polso. il martedì di solito sono ciancicato.

dove ho sbagliato ieri sera: ricapitolo gli assalti di ieri sera, quelli fatti bene e quelli sbagliati, mentre mi guardo nello specchio il livido sulle costole.

ho un livido sulle costole, sotto il braccio destro.
proprio dove finisce l'armatura lo shinai di attilio s'è infilato in un colpo un po' sbagliato, ma si sbaglia tutti.
insomma stavamo provando questi attacchi al corpo e attilio col suo iiià! da vecchio karateka m'ha assestato un fendente a tagliare (si chiama do: è quel colpo che la spada ti entra dal fianco e ti smezza) solo che invece di prendermi sull'armatura m'ha preso un po' più su.
eh.

sei lì a confrontarti con la morte: ti sacrifichi perchè il tuo compagno impari. quando tocca a te li porti tu quei colpi e li devi portare fino in fondo con l'intenzione precisa d'uccidere.
uccidere. devi essere sincero: mai far finta di colpire. colpire: uccidere.
no perché sennò t'ammazzano. quindi spada dritta e attacca.
poi siccome sei ancora una schiappa prendi delle mazzate secche.

quand'è finito, tutto sudato, con ancora l'elmo addosso e le ossa che ti fanno male dici grazie.
spada al fianco fai un inchino marziale e garbato.
grazie.

e davanti a te c'è un altro. devi ucciderlo, oppure ti uccide. anzi: devi ucciderlo anche se ti uccide.
ora di fronte a me ho il mio sensei. mi provoca, mulina la punta della spada. lo fa per distrarmi, si scopre: mi propone di colpirgli il polso.

me l'ha già fatto questo scherzo: se io parto a cercargli il polso, lui mi para la spada con un movimento bellissimo e mi sento un colpo sulla testa quasi prima di vederlo (mén! secco. e rintrona, nell'elmo. figurati senza).

tu capisci solo le mazzate dicevano ai ragazzini riluttanti alle scuole elementari. avevano ragione. quando prendete un paio di colpi di quelli poi tendete a stare attenti.

tengo la guardia, la mia spada punta la gola del maestro, lui con la sua tocchicchia la mia spada. s'avvicina e abbassa la spada, scopre il polso: so già come va a finire.
lascio perdere il polso: dritto alla testa. mi intercetta: ci spingiamo spada contro spada, nocche contro nocche per un po' più di un attimo. lascio, e mentre faccio un passo indietro che ha un cazzo di nome giapponese che non mi ricordo gli vedo allungare le braccia, la spada verticale. sono troppo vicino ma che me ne frega: riparto in avanti e cerco la sua testa: mén!
pieno. sento la spada colpire. non toccare: colpire, uccidere. mén!

poi siccome sono uno stronzo e non capisco lo zanshi resto a bullarmene e lui mi colpisce di nuovo. ma cazzo l'ho preso pieno!

grazie
grazie
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anche i bancari hanno un'anima
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hrundibahkshi
un cazzo di freddo

un'ora e tre quarti da milano a firenze. ho preparato una presentazione perché oggi pomeriggio ho una riunione delicata.

parole pesanti, attenzione ai dettagli, ripeto fra me e me quello che devo dire e quello che non devo.

ho alzato gli occhi al finestrino: è tutto compostamente bianco: la pianura e il cielo.
che stomaco piccolo.

a firenze s'arriva da una galleria che spunta direttamente alla stazione di castello, neanche quaranta minuti da bologna.
vorrei anche vedere, con quello che costa.

squilla il telefono mentre sto per scendere: raffaella dalla banca.

"ciao grande!" mi saluta così, la consulente business. non è un buon segno, ve lo immaginate: dov'è la deferenza? ma io sono un signore buffo, ci si può prendere certe confidenze talvolta.
"dove stai? è arrivato un pagamento strano sul tuo conto: che è?"

"ora a firenze. m, dev'essere il leasing dei computer"

"ah ok, allora lo passo. qua nevica, ha fatto la neve a milano? come va?"

"mah, ho fatto il viaggio col naso al finestrino. sto che sembro živago, dentro e fuori"

(credo di aver addirittura detto živago con la ž)

"..."

"...la pianura bianca è di una malinconia struggente".

"..."

"diamoci un contegno raffaella, a te le posso dire queste cose, sei un contabile: mica sentimenti."

si volta la giovane signora quadrettata in burberry's, mi guarda curiosa.

"pasternàk", aggiungo guardandola e chiudendo la comunicazione.

fa finta di niente.

l'è el dì di mort, alégher!
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hrundibahkshi
1.
cimiturismo1

scolapendrolelli argìa fece tre mariti sibbene la sua indole fosse poco interessata alle gioie del talamo. pativa tanto il cambiare della stagione ricevendone, coi primi nuvoli, fitte cigolanti alle ossa e ai calcagni.

era perciò che spesso stava in fronte alla porta di casa per evitare il troppo camminare, seduta, attendendo a lavori di cucito a testa bassa quando non teneva alto invece lo sguardo ma solo per riposare l'occhi. cosa che fu, all'opposto, presa per intenzionale fierezza e indizio di carattere dal giovane bandinelli torquato prima, che finì a vittorio veneto, dal maffettoni aureliano in seguito, il quale mai tornò dalla russia, e da bordazzi eurialo, figlio di professore di greco che la sposò in età avanzata per entrambi solo per tacitare ciò che di lui si diceva: che avesse altri interessi per giacersi e che la lasciò triplicemente vedova essendo stato rinvenuto asfissiato con una stola intorno al collo solamente, in una casa equivoca.

a questi eventi argìa sopportò silenziosa, corrispondendovi a ciascuno una composta e ricorrente smorfia di dolore curiosamente simile a quelle di tutti i primi umidi, quando le nebbie le mordevano i calcagni e lei ne pativa i reumi.


2.
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ottimo della cervice, ampia la fronte e sereno lo sguardo, wilfredo scardovassi agì sempre pel bene nell'esercizio della sua professione di calzolaio.
riservato, taciturno, si dice nemmeno patisse delle punture della lesina dovute alla sua vista imperfetta, quando - talvolta - se ne bucava i diti.

sopportava dolente e, sapendosi facile all'errore per difetto naturale e non già per imperizia, teneva netti i ferri taglienti ed acuminati giacchè per la frequentazione col cerusico barbiere aveva sentito con terrore del tètano che può venire dal metallo rugginoso e sozzo.
l'enorme cura dei suoi attrezzi non lo salvò dall'occhio sìfulo che ai primi d'ottobre gli fece confondere un'amanita per fungo primaticcio.
fu un autunno di piedi umidi per tutto il paese.



3.
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ferdinando martinazzi fu oddone, terzogenito di quattro fratelli tutti e quattro fieramente alpini come da tradizione di famiglia.
a causa della sua fascinazione per italo balbo e per le imprese aviatorie, fu l'unico dei quattro che minacciò di ferire l'orgoglio d'oddone, il quale li sognava tutti con sè nella divisione pusteria, tentando d'arruolarsi in aviazione.
cedette all'arcigno contrasto col genitore accondiscendendo a vestire la giubba e calzare il cappello con la lunga penna nera ma da allora mantenne la particolare foggia della barba simile al suo mentore ed a continuo memento dell'obbedienza.

come il filosofo, inseguendo i sogni del volo e tenendo l'occhio rapito ad un aermacchi duecentocinque veltro in quel momento sfrecciante su le cime che ferdinando batteva, non s'avvide del fatal crepaccio.



4.
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saturnina impagnatiello raggiunse il paese dei polimeri sull'onda del moplèn - coniugata acàmpora - da stornarella con improvvida impazienza, visto che di lì a poco il genio di natta premiato col nobél avrebbe promosso modernissimo lo stabilimento petrolchimico di manfredonia.
vicinissimo, lucido di tubi, col suo bel fumo bianco e tutt'intorno le cicorie e le piane pugliesi e no le nebbie, saturnina rammaricò.

mai comprese bene il dialetto di qui; cucinava porri e zucche e parlava solo con espedito acàmpora nella cadenza brusca del suo dialetto straniero.
la nebbia non le tolse mai quel carattere allegro che piaceva ad espedito e le metteva in testa che in una giornata azzurra, diradatasi, le avrebbe svelato sorprendente il gargano e sua sorella piccola giovacchina che infatti nello stabilimento di manfredonia ci lavorava.

invece della nebbia fu quel bel fumo bianco e il processo di polimerizzazione del cloruro di polivinile a farle ritrovare, seminando nei fegati delle sorelle impagnatiello seppure distanti, con scientifica sincronia un grumo di cellule dissidenti.

t'immagini?
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si baciano, gli occhi persi, le teste reclinate, lei sorride. si baciano.

passo loro davanti, la borsa a tracolla, pioviggina. raggiungo la mia classe.

mi concentro, apro il registro, dico le mie cose ma

i suoi capelli, il suo sorriso quando la vedo subito dietro la porta, i ricci che s'inclinano quando s'avvicina e m'abbraccia, m'abbraccia, m'abbraccia.
la sua pelle, il suo profumo, la sua bocca baciata fin negli angoli delle labbra, buona. morbida. buona.
"si ricorda di me?" chiede
"perfettamente. è contenta di vedermi?"
"m"



compilo il registro, lo riporto in segreteria.

millesettecentoquarantasei (terza parte)
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vuol dire qualcosa quando in piscina si pensa, che conti e pensi. quante vasche, quante bracciate: respirare ogni tre. trentasei vasche di piastrelle cilestrine, arrivi al bordo e c'è la finestra: cazzo, piove.

e sono in moto.

balengo, sei nell'acqua, che ti cambia se fuori piove? più bagnato di così certo non sarai.

m'è andata di culo quest'estate, che al bivio per spoleto venne giù quello scroscio e io -vìa!- svoltai per perugia rapido ed insidioso.

come c'ero arrivato?


mi aspettavano i miei, mamma mi aveva telefonato che stavo ad albano laziale, nel casco:

ehi! sei partito?

ehi mamma! essì, sto sui castelli romani

ma stai in motocicletta? e chiudi!

ma secondo te quante mani tengo? ci ho l'auricolare, ma'. stasera sto da voi, state al mare o a casa?

ennò, stiamo a lucera che stasera andiamo a prendere a ziarita. arriva a sansevero alle sei. tu quand'è che arrivi?

oh, e voi fate con calma, io arrivo con tutta calma, verso le sette

madò! e sono le dieci mo'! fin'alle sette sop' a quella motociclett'!?

ma no, figurati. mi fermo, mangio, non ti preoccupare. voi fate tutto con calma, ci vediamo a casa non prima delle sette.


il tutto guidando e guardando cartelli, che come sapete io sono facile a perdermiCollapse )

millesettecentoquarantasei (seconda parte)
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a roma ad un semaforo sull'aurelia mi accosto ad un motociclista e gli chiedo: senti (ci si dà del tu fra motociclisti, e ci si saluta quando t'incroci per strada: una tribù, un'accolita, una comunanza: senti) come faccio ad arrivare verso termini?

monta una bandit con una piccola carenatura, avrà cinquant'anni stabilizzati in una bella pancia tesa su una camicia azzurra, mocassini, pantaloni blu col risvolto e un casco da pilota di caccia, con tre visiere e un astruso auricolare molto professionale. fico.

io sto colle allstar verdirosse, un paio di pantaloni di insuperabile comodità, capostipiti della serie che popola il mio armadio, blu in origine ora vagamente grigi. c'è uno iato se vogliamo dire così.

ci pensa, poi dice: è facile, vai dritto, sempre dritto (gesto colla mano) poi a un certo punto prendi un sottopassaggio, nuntepòi sbajà, vai a destra, poi a destra ancora e quando arrivi a un semaforo vai ancora a destra, te segui pe' castropretorio, nuntepòi sbajà.

ok, grazie

verde

al semaforo dopo si avvicina e dice: seguimi, ti porto io fino a un certo punto, poi io giro a sinistra e tu vai a destra pe' castropretorio, nuntepòi sbajà.

al verde il nostro prende e va, e io dietro di lui. s'infila in mezzo alle macchine, agile, frena stacca accelera e io, dietro di lui. arriva al murotorto e fa i numeri e io, dietro di lui, 'stomoràmmazzato, stacco accelero piego passo in mezzo alle macchine perchè i motociclisti tutti fratelli ma bastardi eh!

poi, come aveva detto, lui a sinistra e io a destra: ciao, cia'! ci si fa, a gesti. grazie.

in effetti nummepotevo sbajà.Collapse )

(continua...)

millesettecentoquarantasei (prima parte)
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hrundibahkshi
quando a giugno lisa mi propose un viaggio in israele con una reunion mai sopita di amici del liceo, beh, dissi: mica male, una proposta consistente!

fa troppo caldo a eilat d'estate.

e sticazzi, pensai, è estate!
troppo, troppo caldo, mi si disse.
io che sono un provinciale non mi mettevo mica a contestare, che al massimo mi faccio i weekend al mare col panino co la frittata.

troppo caldo. allora?
allora si potrebbe fare che troviamo un posto nel salento.
ma sì, un evergreen e non ci vado da un sacco. facciamo salento dopo ferragosto.

ma tutte famiglie?
tutte famiglie.
mmmm. vabè me la penso.

mentre che me la pensavo (senza troppo consumarmici il gulliver, cari miei) alcuni strampalati ingranaggi imponderabili mi portavano a parlare d'eteronimi in lombardia.
a parlarci a lungo e a volerci parlare più a lungo. d'eteronimi. me l'avessero detto ci avrei mica creduto.

e insomma ci stavamo facendo di questi discorsi interessanti che non vedevano conclusione per via di nuovi argomenti che venivano in mezzo di continuo e che alla fine un po' toccarono anche l'argomento "ma quest'estate?". ma questa è un'altra storia che vi racconterò più avanti. vi basti di sapere che da quei discorsi lunghi e continuati mi venne chiaro che no, non sarei andato in salento tuttefamiglie perchè c'era da riprendere dei discorsi.

ok e quindi che fai? vieni qua lunedì e poi prosegui per lecce? mi chiede papà al telefono
mmm, non esattamente lunedì.

il quattordici agosto, verso mezzogiorno, imbastito del nuovo zaino arancione sul solito giubbottino bulletproof, sarei montato sulla motoretta gialla lavata per l'occasione e oliata come una rivoltella o un culturista, a seconda delle preferenze; fate voi.
avevo deciso di fare visita ai miei in puglia.
bella pensata originale, si potrebbe dire. già: però nelle intenzioni sarei arrivato dai miei dieci giorni dopo, in una delle tappe di un mezzo giro d'italia a due ruote senza autostrade e senza fretta ma pieno di curve.
quando per caso glielo raccontai -ancora lombardia ma niente eteronimi-
fico, eugenio dice.
già, confermo pensando precisamente ad altro.
un sacco di bei posti, eugenio dice.
annuisco, accendo la sigaretta che m'ero scommesso e lo saluto con un pensiero in testa:
eugenio dice che io sono un rinnegato perchè ho rotto tutti i ponti col passato guardare avanti sì ma ad una condizione
che condizione?
mbò
potevo chiederlo ad eugenio, che condizione. la sigaretta era finita e io ero quasi arrivato a casa quasi, praticamente.

una settimana dopo...Collapse )

(...continua)

punto linea punto
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hrundibahkshi
papà è militare e io non ho mai toccato una pistola.
è sempre stato un po' misterioso del suo passato.


era marconista, nell'esercito, quando il codice morse ancora usava.

regalò a mia sorella (allora molto piccola) un giochino elettronico tipo nintendo del pleistocene, questo coso faceva bip bip.
papà per un po' fece finta di niente, poi a un bel momento iniziò scrivere una sfilza di numeri e lettere, incomprensibili. era il codice morse del bip bip.

boh, non si capisce niente, diceva. appallottolò il foglietto, vabè.

qualche anno dopo (parecchi) comprai un cellulare (era già il secondo millennio figuriamoci). nokia (serve saperlo).

avevo associato al sms un suonino lungo tutto bips.

naturalmente al primo sms arrivato papà annusa l'aria, al secondo prende una penna e a margine della settimana enigmistica che a casa c'è sempre inizia a scrivere

c o n n e c t i n g p e o p l e.

che vuol dire? mi fa.

evidentemente
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hrundibahkshi
è la sua la macchina?

me lo chiede un ragazzotto da un furgone mentre sto infilando nel bagagliaio una scemata che ho comprato da decatHlon. infatti sono nel parcheggio di decathlon.

sono da solo con la mia macchina, le chiavi in mano e il bagagliaio aperto a metterci mica una bomba, questo mi chiede se è la mia. eh sì, è la mia, perchè?

no perchè la volevo comprare. si trova bene?

moltissimo.

ma non ha dei difetti?

sì, il navigatore è bugiardo e se la vede uno del wwf le spara a vista.

cioè?

consuma moltissimo

a quel punto da dietro la cesta di capelli del ragazzotto spunta la testa lucida e rotonda di quello che arguisco essere l'augusto genitore.

ma ha 180 cavalli?

no, in italia quella da 180 cavalli non c'è. questa o niente.

quindi va forte? riprende il ragazzotto.

più di quanto si riesca a farla andare.

quindi me la consiglia? è contento?

dipende da quello che ci deve fare. spero non il commesso viaggiatore, per me è fantastica.

gli occhi del ragazzotto s'entusiasmano.

vedremo, fa il padre.

e si avviano con rumore di diesel sul transit, lentamente come in promontorio della paura


entro in macchina, allaccio la cintura, retromarcia, m'avvio per uscire.

un tipo col giubbotto di quando buchi mi ferma all'uscita del parcheggio.
eh -fa- oggi è il giorno che facciamo le multe a queste macchine grigie qua.

ah? dico incredulo

è sua la macchina?

ma che sono tutti scemi?

no sa stiamo raccogliendo fondi per la sclerosi multipla...

ah ok (e mi frugo)

mentre mi fa la ricevutina riprende: e si trova bene con questa macchina?
e consuma molto?
e poi è vero che è milletrè?

s-sì, balbetto. con la forte convinzione che mi si voglia prendere per il culo ma non capisco perchè, certo è strano.

guardo nello specchietto, cerco di ricordarmi se oggi è san nanni loy.

lo sport fa male.

metto la prima e faccio finalmente per uscire dal parcheggio quando vedo una ragazza che corre verso di me sventolando qualcosa, è la cassiera:

è sua questa?

la carta di credito, cazzo.

come si sanno incastrare stranamente i fatti insoliti.

arrivo a casa e monto la barra per le trazioni nella porta, da domani completo l'allenamento gurkha.